Viaggi in Indocina

TOUR CAMBOGIA, OLTRE I SENTIERI BATTUTI

Terra di magia e bellezza, dal fascino unico ed intrigante, la Cambogia racchiude in sé lo spirito eclettico derivante dalle sue dominazioni, dall’antica influenza Khmer alla colonizzazione francese, mostrando ancora le ferite lasciate dal brutale Regime Comunista. La capitale Phnom Penh, incorniciata dai suggestivi paesaggi fluviali del Mae Kong, sembra voler rammentare al viaggiatore il suo glorioso passato, quando era considerata la perla del Sud Est Asiatico. Accanto alle festose architetture khmer del Palazzo Reale e ai villaggi tradizionali situati sulle rive del fiume, si delinea l’oscura storia della dittatura comunista che conosceremo con la visita al Toul Sleng Genocide Museum. Lasceremo la città per addentrarci nelle terre selvagge della giungla cambogiana, proseguendo poi per i dolci paesaggi collinari che ci accompagneranno fino a Mondulkiri, dove incontreremo i placidi elefanti che popolano la foresta di Sen Monorom. Conosceremo la popolazione Pnong, minoranza etnica di quest’area, che ci darà il benvenuto nel villaggio di Putang, prima di lasciare i pendii di Mondulkiri e percorrere la pianura fino al porto di Kratie, porta d’ingresso del Mae Kong. Ci sposteremo a Kampi, dove un’escursione in barca ci permetterà di avvistare i rari delfini di fiume, simpatici mammiferi dal curioso muso schiacciato che si trovano unicamente in questa zona dell’Indocina. Immersi nelle splendide atmosfere bucoliche cambogiane, arricchite dalla presenza di bellissimi siti archeologici, giungeremo a Preah Vihear,  lo scenografico Tempio della Montagna che ci regalerà scorci ed immagini assolutamente irripetibili. Un percorso di trekking nel cuore della foresta di bamboo ci condurrà fino a Phnom Kulen, uno dei luoghi khmer più sacri, dove bellissimi bassorilievi ornano i roccioni del Parco Nazionale. Tappa imprescindibile sarà il sito archeologico di Beng Mealea, uno dei maggiori del Paese, prima di giungere a Siem Reap. Lo splendido tempio di Ta Prohm non ha bisogno di presentazioni: le bellissime rovine khmer soggiogate dall’inesorabile avanzata delle forze naturali lo rendono un sito unico al mondo. E ancora il maestoso complesso di Wat Angkor, Patrimonio dell’Umanità dal 1992, non potrà che lasciarci a bocca aperta, in particolare alla luce del tramonto. A concludere il nostro itinerario un’ulteriore chicca, la foresta di mangrovie “alluvionata” ed i villaggi galleggianti del lago Tonle Sap, ultima immagine che questo meraviglioso ed intenso viaggio saprà regalarci.

immagine_01Gli uomini che parlano agli elefanti

Nelle remote montagne della regione di Mondulkiri, al confine con il Vietnam, sopravvivono gli ultimi elefanti della Cambogia. In piccoli villaggi nella giungla abitano i Bunong, un’etnia animista nota anche con il nome di Pnong: vivono in simbiosi con la natura e si tramandano da sempre il segreto per addomesticare gli elefanti,  una tradizione che hanno ereditato dagli antenati.  Tutti gli uomini Bunong sono mahout, parola di origine hindi che indica “chi cavalca l’elefante”. Ma per i bambini di oggi proseguire la tradizione è sempre più difficile perché in Cambogia gli elefanti sono quasi estinti: catturare quelli selvatici è illegale, mentre quelli domestici sono sempre meno e appartengono anche a dieci famiglie contemporaneamente. L’attenzione verso gli elefanti cambogiani è nata grazie al WWF negli anni ’90, quando è terminata la guerriglia che per vent’anni ha sconvolto il Paese. Si è così scoperto che gli elefanti asiatici – specie a rischio di estinzione di cui restano circa 30 mila esemplari in tutto il continente – erano quasi scomparsi da questa parte di mondo.  I Bunong condividono da sempre la vita con gli elefanti, che vengono considerati membri della famiglia e sono protagonisti nei riti religiosi. Sono utilizzati nei lavori pesanti, come disboscare o trasportare tronchi per costruire case e ponti. Mangiare la loro carne è un tabù perché secondo un’antica leggenda gli elefanti un tempo erano uomini: trasformati in animali come per magia, scelsero di vivere nella giungla  ma promisero all’uomo che avrebbe potuto contare per sempre su di loro.  Prima della presa del potere da parte dei Khmer rossi negli anni ’70, quasi ogni villaggio Bunong aveva diversi elefanti e il numero posseduto da una famiglia indicava benessere e stato sociale. Con l’ascesa del dittatore Pol Pot, i Bunong furono obbligati a trasferirsi nelle ancor più remote foreste a nord e molti elefanti furono uccisi dai guerriglieri per la carne e l’avorio. Da quel momento il loro numero a Mondulkiri è costantemente diminuito. Per i Bunong la cattura degli elefanti è sempre stato un atto mistico, intriso di preghiere e sacrifici agli spiriti. Gli uomini partivano in squadra dai villaggi, con tre o quattro elefanti domestici, e la caccia poteva durare settimane perché gli elefanti selvaggi sono difficili da scovare e hanno paura dell’uomo. Bisognava cercare un animale separato dal branco e con un laccio di cuoio prendergli al lazo una zampa posteriore: l’elefante veniva legato e sfamato dagli uomini anche per mesi, in modo da abituarlo alla loro presenza. Comandare l’elefante è un compito difficile perché le briglie non servono a nulla con un bestione di quattro tonnellate. Agli elefanti bisogna parlare, e solo i Bunong  sanno come fare. Attraverso la “lingua degli animali”. Una lingua fatta di urla, grugniti, fischi ed esortazioni roche, che si impara sin da bambini nei villaggi Bunong.