LAOS

Tour da Nord a Sus e il Wat Phou Festival

Da Nord a Sud, il meglio del Paese in un facile circuito che farà scoprire alcuni dei più importanti tesori che il Laos custodisce. Ci accoglie placida ed affascinante Luang Prabang , l’antica sede reale che si affaccia sul Mekong, dove il tempo è rimasto sospeso, ma scandito ancora dal ritmo mattutino del Tak Bat dei monaci questuanti e dai colori e profumi dei pittoreschi mercati diurni e notturni. Un moto perpetuo che si fa più rilassato solo quando ci si ferma a contemplare i meravigliosi templi buddhisti sparsi in ogni dove e la commovente veduta del tramonto dal PhuSi. Volgendosi a Nord ecco Muang La, oasi rurale che permette di effettuare notevoli circuiti nei villaggi tribali circostanti.  Partiremo infatti per un facile trekking  tra campi di riso, tè e peperoncino, a salire fino al villaggio khamu di Ban Phavie, in tempo per un pranzo pic nic allestito sul momento. Da Muang La si raggiunge Mung Khua, per poi salire sulla barca privata che ci traghetterà lungo il Nam Ou fino a Nong Khiaw, delizioso e sonnolento villaggio dove fare tappa per poi riprendere la strada fino alle grotte di Pak Ou: con le centinaia di statue del Buddha custodite al loro interno richiamano turisti e pellegrini  da tutto il Paese. Da qui si sale a bordo di una imbarcazione locale per navigare il Mekong fino a ritornare a Luang Prabang. Pakse, nel Sud del Laos, si raggiunge con un volo di un’ora. Qui lo scenario paesaggistico e il clima cambiano completamente. Piantagioni di caffè, spettacolari cascate tra le più imponenti del Sud Est Asiatico, infine il paesaggio variegato e unico di Si Phan Don, che significa in laotiano “quattromila isole“, che non ha eguali in tutta l’Indocina. Ma non si può dire di aver visto tutte le meraviglie di questo Paese senza aver esplorato il Wat Phu di Champasak, capolavoro khmer non a caso annoverato tra i Patrimoni dell’Umanità.  Per la partenza speciale di febbraio è inclusa la partecipazione alla giornata clou del festival, che inizia all’alba con l’emozionante processione di monaci per il tak bat, fino alla processione della sera a lume di candela intorno ai santuari inferiori. Ultima toccante immagine che ci accompagnerà fino alla fine del viaggio.

immagine_01Il Wat Phou di Champasak

Il Wat Phou è un tempio khmer situato nei pressi di Champasak, sulla sponda destra del Mekong, nel Laos meridionale. Il nome significa Tempio della montagna in lingua lao, e si deve al fatto di essere stato costruito sulla pendici orientali del monte Kao. La montagna possedeva un particolare significato religioso in antichità, in quanto la particolare forma del suo picco ricorda il lingam, ovvero la forma fallica sotto cui viene sovente adorato il dio Śiva. Per questo motivo, la montagna era chiamata nelle iscrizioni khmer antiche Lingaparvata, ovvero Montagna del Lingam. Nell’XI secolo è stato trasformato in un luogo di culto buddhista.La prima fonte storica a parlare del culto su questa montagna sono gli Annali della dinastia cinese Sui. Facendo riferimento ad anni anteriori al 589, l’annalista menziona un tempio sulla cima della montagna che sarebbe stato custodito da molti soldati. In effetti, sulla superficie attorno al picco sono stati trovati reperti databili ad epoca pre-angkoriana (V-VIII secolo). Il tempio, cui si accede tramite una scalinata monumentale oggi in avanzato degrado, è stato costruito a più riprese tra il VII ed il XIV secolo, sebbene la maggior parte delle strutture e dei rilievi attualmente visibili risalga al XII secolo.Il monumento fu descritto per la prima volta da Francis Garnier, membro della Missione francese del Mekong che soggiornò a Champasak nel 1866. I primi studi archeologici si devono a Étienne Aymonier ed a E. Lunet de Lajonquiére. Nel 2001 il tempio è stato iscritto nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. La missione italiana della Fondazione Lerici lavora in Laos solo dal 1993. Da allora le scoperte archeologiche si sono susseguite a un ritmo tale da promuovere il tempestivo intervento dell’Unesco (sotto la cui egida la missione italiana ora opera) che ha messo sotto tutela un territorio di ben 400 chilometri quadrati. Grande merito degli italiani è stato l’essere andati oltre il complesso monumentale di Wat Phu per cercare che cosa vi fosse attorno e capire come e perché questa regione divenne il nucleo della formazione dello stato Khmer. Un’analisi territoriale di cosi vasto respiro non ha precedenti in tutto il sud-est asiatico. Con gli strumenti della Fondazione (l’unico istituto italiano che da cinquant’anni è specializzato in “remote sensing” per l’archeologia) hanno battuto a tappeto la foresta monsonica trovando i resti di una grande città sulla riva del Mekong, con molta probabilità l’antica capitale del Chenla citata nelle cronache cinesi. E’ a tutt’oggi l’unico esempio di impianto urbano così antico (V-VIII secolo) sopravvissuto integralmente nel sud-est asiatico. Poi si sono allargati alla ricerca dei villaggi limitrofi, trovando anche templi su entrambe le rive del fiume, e più lontano un’altra città fortificata, lungo la via che conduceva ad Angkor. Hanno compreso dunque come la sacralità del luogo (ma anche la fertile pianura e la prossimità al Mekong) avesse dato vita a un’area urbanizzata di enormi dimensioni, popolata ininterrottamente per quasi un millennio. “Il sacello sul monte era accessibile solo ai bramini”, racconta Patrizia Zolese, direttore della missione archeologica italiana in Laos negli anni ’90 , “che non lo dovevano abbandonare mai. E al sovrano, in quanto dio lui stesso. Mentre i soldati nominati nelle cronache custodivano il luogo sacro, pur senza accedervi. E potevano anche controllare tutta la valle sottostante, perchè dalla cima la vista spazia su tutta la piana ben oltre la linea del Mekong. Più in basso, il grande complesso templare di Wat Phu serviva per il culto dei fedeli, di tutti coloro che non avevano diritto di accesso al sancta sanctorum. Ma che della presenza del dio e di ciò che si compiva sulla cima percepivano il riflesso diretto. A partire dal grande sacrificio che il re eseguiva annualmente, e che forniva l’occasione per una grande festa, il festival di Wat Phu”. E’ questa una tradizione tuttora viva, che raccoglie ogni anno al tempio durante il plenilunio di febbraio fedeli da tutto il Laos. Anche se oggi è la statua di Buddha a campeggiare dove un tempo era il grande Lingam di Shiva.