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2020: Fuga da Islamabad

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La resa totale è arrivata nel preciso istante in cui siamo stati “rimbalzati” all'ingresso di Harappa. Sito maggiore in programma, prima testimonianza scoperta dell'intera Civiltà dell'Indo, e il guardiano ci respinge come dopo una sommaria selezione all'ingresso di un club. Neanche la possibilità di vedere se nelle altre aree dello scavo immenso avremmo avuto diversa fortuna, né un punto alto di osservazione per poter raccontare ancora una volta il valore del luogo. Facciamo inversione sotto le pressioni dall'auto della polizia, con noi per prassi, a scortarci via di lì.

Nessun problema per quella città impassibile, vecchia di oltre 4500 anni, dietro alla sua cancellata. Ne ha viste ben di peggio, ma per tutti noi una disfatta impensabile fino al giorno prima. A rincarare la dose si aggiungeva il proliferare continuo di occhi sgranati che si incontravano in strada, quanto quello delle mani portate frettolosamente alla bocca come ffp2 improvvisate. L'incontro più autentico, ricco di sorrisi per quanto spoglio di parole in urdu, stava facendo posto alla diffidenza. Era il momento di organizzare un'estrazione lampo in stile commando. Per fortuna buona parte del viaggio ce l'eravamo già lasciata alle spalle, tra visite appaganti al massimo, ritmi giusti e persino la notorietà di un paio di passaggi sulla tv nazionale. Un piacere unico quello di essere parte di uno spiraglio di normalizzazione per un paese che ha tantissimo da offrire, ma ancora troppe difficoltà a dischiudersi al mondo.

Rac 2aDopo i primi scambi di scenari possibili con i compagni di avventura e qualche centinaio di chilometri percorsi, perché il fuso in Italia fosse meno improbabile, ho dato il via a serrati messaggi e chiamate con chi ci seguiva dalla base di Altreculture. Bruciate le ultime tappe, la notte stessa eravamo già in aeroporto. Un piano voli alternativo e quelle atmosfere spettrali non così dissimili da ciò che anche nelle nostre città era diventato il semplice girare per supermercati. Eppure non è stato tanto il fisico ad essere sballottato dal detour, ma più il piano psicologico ad accusare il trauma di tutti quei passaggi repentini: i colori tenui delle rovine antiche di secoli sostituiti dalla modernità spigolosa di aeroporti e stazioni; le distese esotiche su cui l'occhio poteva spaziare senza ostacoli rimpiazzate dalla chiusura totale che sapevamo attenderci; L'ignoto e la scoperta continua che si smorzavano bruschi nel consueto.

Da Ginevra in poi è tutto l'ordine dell'Occidente a correrci davanti agli occhi lungo il viaggio in treno. L'umore Rac 3a resta  positivo e ogni parte di viaggio si fa esperienza, anche le chiacchiere che accompagnano una pizza da asporto direttamente al posto di frontiera. E l'ultimo tratto in treno, fino a una Milano buia e carica di silenzio in cui il gruppo inizia a sciogliersi. Leggeremo meno di due giorni dopo dal rientro che anche in Pakistan ogni aereo si è fermato, di poco in anticipo sul piano voli originale. 

 


Credits foto e video
  • Giampaolo Ceccarini (febbraio 2020)

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