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E’ la grande festa dei Sikh: con ogni mezzo migliaia di fedeli raggiungono Anandpur Shaib. Qui si terrà l’Holla Mohalla, il festival che celebra la fondazione della Khalsa, l’ordine guerriero strutturato per far fronte alle persecuzioni messe in atto nei confronti della comunità soprattutto dall’ imperatore moghul Aurangzeb. Fu allora legittimata la lotta armata come forma di difesa e di tutela della liberà di culto. E’ rinomata l’abilità e la dedizione sikh in campo militare. Sempre a quel periodo risale l’osservanza delle cinque K: Kesh, capelli e barba lunghi, simbolo di santità e forza spirituale, Kashaira, un genere di biancheria intima, tipo boxer, Kara, braccialetto di ferro da portare al polso, Kangha, pettine usato per raccogliere i lunghi capelli, Kirpan, piccola daga o pugnale.

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Eccoli i fieri visi della “fratellanza”: è la grande giornata delle celebrazioni nell’anfiteatro di Anandpur Shaib: dimostrazioni di arti marziali e rievocazioni di battaglie del passato in abiti d’epoca, pasti collettivi ma anche duelli rituali di personaggi in abiti blu dalle vivaci decorazioni color zafferano, incredibili turbanti adorni di anelli d’argento e affilate sciabole, sfilate di colonne militari dai pittoreschi costumi tra tamburi, insegne e garrire di bandiere al vento.

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Amitsar, tra sacro e profano: prima il Tempio d’Oro, il luogo più sacro dei sikh, dove almeno una volta nella vita i fedeli vengono qui in pellegrinaggio. Per accedervi sono obbligatori piedi nudi e testa coperta. Il tempio d’oro sorge al centro della sacra Amrit Sarovar (Vasca del Nettare). Si visita esternamente il tempio girando intorno alla vasca lungo il Parkarma. Sul Parkarma si trovano anche 2 alberi sacri: uno simboleggia il punto dove venne letto per la prima volta all’interno del tempio il libro sacro. Il secondo da dove venne effettuato il primo bagno sacro. Poi si accede nella Langar, la mensa comune in cui ogni giorno vengono offerti decine di migliaia di pasti gratuiti a tutti coloro che si presentano, indipendentemente dalla casta o dalla religione. Un percorso rialzato sull’acqua conduce al Mandir Sahib, al cui interno è custodito il Guru Granth Sahib, il libro sacro sikh,che qui rimane fino a sera, quando viene riportato “a dormire” nell’ Akal Takhat. Poi, a 30 km da Amitsar, assistiamo ad una delle cerimonie più folli al mondo: la chiusura del confine con il Pakistan. In una bolgia pittoresca che ricorda un derby calcistico, folle di patrioti supportano le guardie indiane e pakistane che si incontrano al confine per dare vita ad una teatrale cerimonia con cui viene chiuso il confine e ammainate le bandiere portate “a dormire” fino al mattino successivo.

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Il Grande Rann: è nei villaggi attorno a Bhuj che l’artigianato indiano assume un valore di patrimonio artistico: lavori di ricamo, ceramica, stampa di tessuti con la tecnica dei blocchi scolpiti, qui le comunità jat, ahir, harijan e rabadi vantano tradizioni antiche e l’impiego di magnifici colori rende la visita ai villaggi un’esperienza affascinante.

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Uno sguardo alla vita fuori dai colorati villaggi del ” selvaggio west” indiano: il duro lavoro delle donne nelle saline del Little Rann Sanctuary, regione arida e scabra che ospita gli ultimi esemplari di khur (asino selvatico asiatico). Con le loro mandrie, invece, i nomadi rabari procedono alla ricerca di un pascolo per i loro animali, prima che la stagione delle piogge trasformi questa zona in un mare di fango e paludi impraticabili.

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Il Gujarat e la sua arte: il fiabesco Mahabat Maqbara a Junagadh, uno degli edifici più rappresentativi dell’architettura hindu-moresca del Gujarat. A Modhera ecco il tempio dedicato a Surya, il dio sole. E’ progettato in modo che all’equinozio, all’alba, il sole vada a colpire nel “Sancta Sanctorum” l’immagine di Surya. Davanti al santuario sorge il Ramakund, la vasca sacra. Il Prag Mahal di Buji, palazzo in stile gotico italiano, purtroppo fortemente danneggiato dal terribile terremoto del 2001. Infine il Ran Ki Vav di Patan, il pozzo a gradini più bello del Gujarat. Risale al 1050. La costruzione vanta bellissime sculture degli avatar di vishnu e di divinità induiste e jainiste. Questi vav venivano fatti dai ricchi signori locali poiché costruire un pozzo comune in una zona di siccità elevava il valore del signore, anche da un punto di vista religioso, portandolo verso il paradiso. Inoltre, si guadagnava l’appoggio dei suoi sudditi che intervenivano così in sua difesa in caso di attacco nemico. I vav erano ricchi di decorazioni artistiche poiché più erano belli e più il prestigio del signore aumentava. I vav costituivano anche un punto di sosta e ristoro per le carovane.

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Eccolo il padrone incontrastato del Sasan Gir Wildlife Sanctuary. In questa zona protetta a 60 km da Junagadh vivono gli ultimi esemplari del leone asiatico. Oltre ai leoni il parco ospita leopardi, iene, volpi, cinghiali selvatici, pappagalli, pavoni, coccodrilli, scimmie, nilgai, gazzelle e cervi. I safari vengono organizzati nel pomeriggio e al mattino presto, a bordo di jeep scoperte.

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L’ultima parte del viaggio è dedicata a Diu e Palitana. L’isola di Diu è rimasta portoghese fino al 1961. Per questo la maggior parte della popolazione è cristiana e qui è permesso acquistare e bere alcolici. La cittadina è un labirinto di stradine tortuose dove spiccano le case dipinte a colori vivaci. Al mattino, intorno alle 06.30, prende vita sul molo del piccolo villaggio di Vanakhbara il pittoresco e imperdibile mercato del pesce. Dalla “profana” Diu non ci resta che raggiungere il luogo più sacro per i gianisti: Palitana. 863 templi che si raggiungono dopo aver scalato i 3300 gradini che ci separano dalla vetta, una vera e propria cittadella spirituale costruita per elevare l’anima umana al cielo.