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E’ da Tana, la capitale, che incomincia tutto: adagiata su 12 colli, con 2 milioni d’abitanti, dalle tipiche costruzioni basse, al massimo di due piani, tutte orientate sull’asse nord-sud. Le porte e le finestre si trovano sempre nella facciata nord ed ovest, questo perché da est spirano i venti freddi, mentre da sud, secondo la tradizione, arrivano gli spiriti maligni. Si parte per Antsirabe, attraverso valli completamente disboscate, coltivate a riso ed ortaggi: lungo la strada si susseguono bancherelle di artigianato locale, si superano numerosi corsi d’acqua, dove, sulle sponde sotto il sole, stanno ad asciugare “patchworks” di indumenti colorati. L’arancio fluorescente dell’allumio fuso è accecante, e risalta, nella fonderia artigianale, dove con il metallo riciclato si costruiscono pentole da cucina. Antsirabe ci dà il benvenuto al sopraggiungere del tramonto.

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Il nostro viaggio prosegue verso ovest, là dove termina l’altopiano, la zona fertile, fino ai villaggi di Betafo e Mandoto, sedi di due importanti mercati agricoli. Si lasciail territorio dei Merina per entrare in quello dei Sakalava: ci fermiamo in prossimità di un fiume frequentato dai cercatori d’oro, qui il prezioso metallo viene pagato 3 Euro al grammo, e l’attività si sta sempre più diffondendo in quanto permette guadagni indipendenti dal clima e dalle stagioni. Poi a Masiakampy ci imbarchiamo sulla “Sirene”, da dove incominciamo la nostra navigazione sullo Tsiribihina. Ciò ci permette di assistere a scene di vita quotidiana delle popolazioni che vivono sul fiume, attraverso paesaggi che variano continuamente: strette gole si alternano a vaste pianure, alta vegetazione a quella arbustiva. Incrociamo continuamente piroghe di pescatori fino a raggiungere l’ampio delta del fiume, dove sbarchiamo a Belo sur Tsiribihina.

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Raggiungiamo gli Tsingy di Bemaraha, i grandi pinnacoli calcarei di colore grigio, formatisi dopo l’emersione di tratti di barriera corallina precedentemente sommersa. Il loro nome deriva dalla parola malgascia “Tsingy”, che significa “camminare in punta di piedi”, così come facevano su queste formazioni i primi abitanti dell’isola. Poi da Belo sur Tsiribihina, attraversiamo su una chiatta il fiume Manambolo e via veloci lungo la pista che conduce a Morondava. Poco prima del tramonto raggiungiamo la famosa ” Via dei Baobab”. L’indomani siamo sulla pista sabbiosa che ci porta a Belo sur Mer, visitiamo la salina, prima del favoloso tramonto sul mare, alla vista dei pescatori che ritornano a riva.

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Saline, baobab, ed eccoci arrivare al villaggio di Soaserana, dove si tiene un mercato particolarmente animato e colorato. Ancora avanti, fino alla foresta spinosa di didiereaceae, piante endemiche del madagascar, dotate di foglie durante la stagione delle piogge per catturare l’umidità e di sole spine durante la stagione secca, per proteggersi e per trattenere l’umidità, limitando il più possibile la superficie d’evaporazione. Poi a bordo delle piroghe dei Vezo, usciamo in oceano aperto, alla ricerca di balene e delfini. I Vezo sono un’etnia di pescatori, arrivati dall’Indonesia, sempre in mare, con le loro piroghe scavate nei tronchi d’albero con la vela rettangolare, per poter sfruttare i forti venti oceanici.

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In prossimità del villaggio di Ambatomilo siamo in Paradiso: in primo piano dune di sabbia bianca finissima parzialmente coperte da una bassa vegetazione, sullo sfondo l’Oceano con la sua acqua dalle tonalità color verde-turchese, solcato dalle piroghe a bilanciere dei Vezo.

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Dalla Baia di Salary all’ultimo tramonto sul Canale di Mozambico, a Ifaty. Poi da Tulear si punta verso l’Altopiano di Horombe, dove l’ambiente diventa sempre più semidesertico. Eccoci nel villaggio “far west” di Ilakaka, sorto quasi dal nulla dopo la scoperta di giacimenti di zaffiri. La miniera, è la più grande del pianeta: il filone degli zaffiri si trova ad una profondità compresa tra 20 e 25 metri, si è formato sul letto di un antico fiume e per poterlo raggiungere è necessario scavare pozzi fino a quelle profondità. La terra compresa tra il livello del suolo e meno 15 metri viene scartata, l’acqua di falda compresa tra meno 15 metri e meno 20 metri viene pompata in superficie, la terra compresa tra meno 20 metri e meno 25 metri viene portata in superficie ed in seguito dilavata per isolare le pietre preziose. Gli operai lavorano dalle 6 alle 16 di ogni giorno con sosta dalle 10 alle 13 per l’eccessivo caldo e guadagnano l’equivalente di un euro e mezzo al giorno.

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Eccoli i veri “padroni” del Parco dell’Isalo: i poveri lemuri, a rischio estinzione a causa del taglio indiscriminato delle foreste. Il Parco dell’Isalo è costituito da formazioni rocciose di arenaria formatesi in fondo al mare, emerse durante il distacco del Madagascar dal Continente Africano e modellate in forme bizzarre nel corso dei millenni dagli agenti atmosferici. All’interno del parco si sono formati anche alcuni canyon per opera di torrenti. La regione che comprende il Parco dell’Isalo è abitata dalla tribù dei Bara che ha da sempre sfruttato le caverne e le cavità naturali delle rocce come luogo di sepoltura dei defunti, i cui corpi, per tradizione, vengono ricoperti da mucchi di pietre. La vegetazione del parco è perlopiù bassa (in questa stagione si trovano i pachypodium fioriti) se si eccettuano gli alberi di tapia, le cui bacche vengono mangiate dai lemuri, ed i rigogliosi canyon.

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Affrontiamo l’ultima parte del viaggio: entriamo nel territorio dei betsileo, noti per la prolificità (media di 14 figli per famiglia) e per l’attività agricola (riso ed ortaggi). Cambiano anche le costruzioni che incontriamo in quanto si trovano di nuovo case in mattoni a due piani con tetti spioventi in paglia. Eccoci raggiungere il piccolo ma molto colorato mercato di Alak Ambihimaha e poi quello settimanale degli Zebu ad Ambalavao. Quindi il rientro a Tana, da dove salutiamo abitanti e creature dell’Ultimo Eden.

(Foto e testi di Gabriele Pieri)